NON TUTTI SANNO (n. 8 – DICEMBRE 2012)

NON TUTTI SANNO (n. 8 – DICEMBRE 2012)

RUBRICA A CURA DEL DOTT. LORENZO PALIOTTA

La bocca e le mosche. “Più fatica è tacer che parlare:/ quantunque alle ignoranti genti stolte/ strana proposta questa forse pare” (Orlando Innamorato di Matteo M. Boiardo). Nel Don Chisciotte di Cervantes c’è una battuta esilarante: “Nella bocca chiusa non entrano le mosche”. Ed è proprio vero: aprire spesso la bocca non solo fa fuoriuscire ogni genere di microbi ma ne fa ingurgitare altrettanti. La metafora è evidente e bolla la chiacchiera insensata e fatua. In questa linea vale, allora, il monito del Boiardo, poeta emiliano del Quattrocento. Dunque, in primo luogo è ben più facile parlare che tacere. Un po’ tutti dobbiamo confessare di esserci talvolta scavata la fossa sotto i piedi per il gusto impulsivo di dire una battuta, forse anche brillante ma destinata a lasciare una traccia negativa incancellabile. In secondo luogo, la proposta di tacere sembra “strana”, nota il Boiardo, agli stupidi i quali optano sempre per l’immediatezza e l’impulsività. Come dire che l’unità di misura per scoprire lo stolto è proprio la sua irrefrenabile loquacità. Perché, secondo un famoso detto giudaico, “il sapiente sa quel che dice, lo stupido dice quel che sa”.

 

Violenza e coraggio. “La violenza di chi usa le armi è condannata, quella di chi le fabbrica passa inosservata” (B. Croce). “La non violenza non è una giustificazione del codardo. E’, invece, la suprema virtù del coraggioso” (Gandhi). Come dire, in altre parole, che la violenza non è forza ma debolezza. Una battuta del filosofo antifascista triestino Mario Hrvat (1910-1948) coglie una delle tante ipocrisie della società moderna: si è pronti a tuonare contro il sangue versato in guerra e si ha il conto in banche che foraggiano l’industria degli armamenti o si passa sopra al fatto che i conflitti del terzo Mondo sono sostenuti dalla produzione massiccia di armi dei Paesi occidentali. Molti poi usano bollare chi si impegna per la pace e la non violenza con un aggettivo, codardo. In realtà, la vera grandezza e l’autentico coraggio è di chi sa spezzare col perdono la catena della violenza.

 

Per la prima volta un italiano va alla guida di un’università americana. E’ il prof. Franco Pavoncello, nuovo presidente della John Cabot University, che ha sede a Roma nel complesso dell’Accademia dei Lincei, fondata nel 1972 e accreditata dalla Commissione per l’istruzione universitaria della Middle States Association. Dopo la laurea in affari internazionali all’Università ebraica di Gerusalemme, Pavoncello ha trascorso 10 anni negli Usa; ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze politiche all’Università del Michigan e ha lavorato come ricercatore associato ad Harvard. Alla Cabot è stato docente di scienze politiche dal 1990 e direttore accademico dal 1999. Ora è arrivato al massimo riconoscimento. “Sono nato e cresciuto a Roma – ha dichiarato – ma sono anche orgoglioso di essere il primo presidente italiano nello storia dell’educazione universitaria americana”. In tempi di fuga di cervelli, una notizia in singolare (e gradita) controtendenza.

 

I successi e i fallimenti del presidente brasiliano Lula. Questi, già operaio metallurgico, ha fatto carriera nel sindacato. Nel 1980 ha fondato il partito dei lavoratori. Sconfiggendo l’ex-ministro Serra, è diventato Capo dello stato il 27 marzo 2002. Gli si possono attribuire successi nei seguenti campi: Retribuzioni (il salario minimo dei lavoratori era di 200 reais nel 2002, da agosto 2006 è salito a 350, circa 150 euro. La distribuzione del reddito ha registrato un miglioramento lieve, ma senza precedenti); Energia (con l’attivazione della P-50, la nuova megapiattaforma petrolifera della compagnia statale Petrobas, il Brasile si è garantito l’autosufficienza petrolifera); Valuta (il real è la moneta che più si è apprezzata nei confronti del dollaro negli ultimi due anni); Povertà (grazie a una serie di programmi sociali, come Fome Zero, il numero di indigenti è sceso dell’8% e essi rappresentano oggi meno del 24% della popolazione); Borsa (per la prima volta dal 1950 l’inflazione è rimasta sotto l’8% all’anno e l’indice di Borsa (ibovespa) ha registrato un aumento del 41,8% in dodici mesi); Terre (nonostante le recenti occupazioni del Movimento dei senza terra, la riforma agraria ha compiuto passi importanti. Sarà rispettata la promessa di garantire a 400mila famiglie un fazzoletto di terra); Amazzonia (il diboscamento dell’Amazzonia ha registrato uno storico –31% nel 2005 e una ulteriore diminuzione del 10% nei primi dieci mesi del 2006). E veniamo ora ai fallimenti: Corruzione (si è perso il conto dei milioni di reais pagati ai parlamentari dell’opposizione per garantirsi il loro voto, e non è stato l’unico scandalo del Governo); Crescita (la mèta del Governo era quella di far crescere il Brasile al ritmo del 5% all’anno, ma non è stata rispettata; inoltre il carico fiscale è aumentato dal 35 al 37% del Pil); Istruzione (la spesa relativa non ha raggiunto il 7% del Pil come promesso e il tasso di analfabetismo è sceso troppo poco, dall’11,8 al 10%); Occupazione (entro la fine del mandato saranno stati creati oltre 4 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro, la promessa però era quella di crearne 10 milioni); Banche (gli interessi restano mediamente del 56% al mese, i più alti del mondo dopo l’Angola. Ciò ha penalizzato soprattutto la classe media mentre gli istituti di credito hanno guadagnato come non mai); Sanità (resta molto carente, in Amazonas 4mila ammalati ogni giorno aspettano in lunghe file di essere visitati); Violenza (la violenza urbana è ancora una delle più gravi piaghe sociali. Il Brasile continua a mantenere il record dei morti ammazzati: circa 50mila l’anno. Inoltre, ogni 36 ore un poliziotto viene licenziato per corruzione).

 

Arriva il vigile “hi-tech”. Ricordate il “vigile” di Alberto Sordi, tutto fiero della sua divisa? Al giorno d’oggi chissà con quale orgoglio sfoggerebbe i nuovi strumenti che la tecnologia sta per mettergli a disposizione. Dal 25° convegno della Polizia locale, tenutosi a Riccione, arriva qualche anticipazione. A cominciare dal computer palmare, con tanto di ministampante, che presto renderà inutili penna e blocchetto: servirà al vigile per collegarsi con la centrale, verificare i dati in tempo reale ed emettere le multe. Ma la tecnologia “wireless” promette altre novità: telecamere senza fili per videosorvegliare le strade o l’autovelox radar a effetto doppler capace di controllare quattro corsie e persino i veicoli che marciano in senso opposto. Senza contare il misuratore tridimensionale di incidenti che permetterà di ricostruire su un video la dinamica di un sinistro senza bloccare per troppo tempo il traffico. Tutto quanto occorre, insomma, per rendere il lavoro del vigile più facile e rapido. Ma, di sicuro, non indolore. Per gli automobilisti, s’intende.

 

L’autoironia dei gesuiti: sul sito internet antologia di barzellette. Un giorno chiedono ad un gesuita che cosa fosse il diluvio universale. E lui: acqua passata…E’ una delle decine di barzellette che si possono leggere sul sito internet dei Gesuiti (www.gesuiti.it). I padri della Compagnia di Gesù hanno dedicato all’umorismo un’apposita pagina nella sezione “linguaggi”. I Gesuiti come i carabinieri. Un accostamento bizzarro se non fosse che a proporlo sono proprio i religiosi. Si legge infatti nella presentazione dell’area umoristica: “Ecco una sezione in cui ci prendiamo un po’ in giro. Come i carabinieri, anche i gesuiti hanno una certa “letteratura” in fatto di barzellette”. E poi l’invito ai lettori: “Se ne conoscete altre, non mancate di farcele conoscere”.

 

Eutanasia = Causare volutamente la morte di un paziente. Il Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) ha definito, in un documento del 14 luglio 1995, l’eutanasia come l’uccisione “diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su sua richiesta”. In altri termini, essa consiste nel mettere in atto, intenzionalmente e volontariamente, azioni o omissioni che causano direttamente la morte di un paziente che si trovi nello stadio terminale della malattia di cui è affetto e che abbia chiesto o chieda di morire. Nella stessa linea si pone l’enciclica Evangelium Vitae (65): “Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore”. I significati della parola eutanasia sono mutati nel corso del tempo. Nella cultura romana aveva principalmente il significato di “morte bella”, nel senso anche di eroica. Oggi si intende invece l’”uccisione intenzionale attuata con metodi indolori per pietà”. Non si può parlare di eutanasia nel caso di una persona che non sia morente oppure sia affetta da una malattia che, per quanto dolorosa, non la conduca necessariamente e rapidamente alla morte. Si può parlare della distinzione tra eutanasia diretta e indiretta. La prima è quella ora definita, la seconda è quella che si produce come effetto secondario di un trattamento medico, quale la terapia antidolorifica.

 

Cure palliative = Presa in carico totale di chi si avvia al tramonto della vita. Il punto qualificante delle cure palliative è quello di essere cure attive e globali, effettuate sulle persone affette da un male inguaribile, in cui le cure specifiche per la malattia non hanno alcuna risposta. Il loro obiettivo è quello di non prolungare la vita ma di migliorarne la qualità alleviando le sofferenze. Per definizione, le cure palliative sono multidisciplinari. Infatti, del malato non si prende cura solo il medico, ma anche l’infermiere, lo psicologo, il ministro di culto, la famiglia e anche i volontari adeguatamente preparati. Uno degli elementi centrali delle cure palliative è la somministrazione di farmaci antidolorifici di varie famiglie (oppioidi e non). Il solo uso di farmaci antidolorifici semplici ha permesso di alleviare l’80% delle situazioni di dolore. Nonostante la semplicità d’uso di questi farmaci, in alcuni casi essi non vengono ancora adoperati o per resistenze culturali o per mancanza di disponibilità dei farmaci, quali la morfina. E’ urgente che le associazioni professionali dei medici (anche dei Paesi occidentali) si aggiornino nel campo delle cure palliative, secondo gli orientamento formulati dal Comitato etico dell’Associazione europea di cure palliative. Dati recentemente forniti da un rapporto su alcuni Centri ospedalieri americani evidenziano che il dolore è controllato adeguatamente solo nel 45% dei casi. Da qui la necessità di diffondere un’educazione che coinvolga le università, le specialità mediche, le scuole infermieristiche e l’opinione pubblica.

 

Accanimento terapeutico = Trattamento inutile, fonte di sofferenza. Si tratta di “un trattamento di documentata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato o una particolare gravosità per il paziente, con un’ulteriore sofferenza in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulta chiaramente sproporzionata agli obiettivi” (C. Manni, 1995). Esiste un’esigenza di proporzione fra mezzi terapeutici e condizioni del paziente. In casi obiettivamente disperati non ha senso alcuno effettuare un intervento chirurgico o somministrare un farmaco o iniziare tentativi di riabilitazione. L’accanimento terapeutico, infatti, non è l’atteggiamento del medico che “fa di tutto” per strappare alla morte un paziente, o per prolungare seppure di poco la sua vita. Risponde piuttosto all’atteggiamento del medico che, pur sapendo di aver fatto ormai tutto il possibile, continua ostinatamente a sottoporre il malato a trattamenti inutili e gravosi, che non possono avere altro effetto se non quello di prolungare l’agonia. In modo errato, alcuni ritengono che accanimento terapeutico significhi semplicemente “essere tenuti in vita in condizioni precarie”, quando ci si trova sopraffatti dal dolore e quando “il desiderio di vivere si è spento”. In questo senso il concetto si identificherebbe con la volontà, di medici insensibili, di conservare ostinatamente la vita del paziente anche se questi non sa più che farsene. In altre parole, se con il rifiuto dell’accanimento terapeutico si intende la negazione di tutte quelle misure artificiali che tengono in vita in fase critica o terminale precisamente perché il paziente chiede di morire (oppure il medico vuole farlo morire), allora si rientra pienamente nella situazione dell’eutanasia, cioè nella volontà di porre fine con azioni od omissioni alla vita di un malato per eliminare ogni dolore. Secondo tale concezione, non sarebbero eventuali trattamenti gravosi e inutili a costituire una forma di accanimento, ma sarebbe un accanimento il fatto stesso di mantenere in vita un morente o un malato grave. In questa linea si dovrebbero togliere la gran parte dei mezzi di sostegno vitale in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti., con il risultato di far morire i pazienti.

 

Testamento biologico = Indicazione delle cure che un soggetto accetta. Il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la bioetica ha emanato un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Secondo tale documento il testamento biologico è una indicazione sottoscritta dal paziente con la quale egli manifesta alcune semplici indicazioni sulle forme di assistenza che desidera ricevere o non ricevere in condizioni di incapacità, senza porre comunque un totale vincolo sul medico ed escludendo alcune richieste: ad esempio, la sospensione di idratazione e alimentazione artificiale, e in generale le richieste eutanasiche, che caricherebbero il personale sanitario di una intollerabile responsabilità sulla morte dei pazienti. Per la verità il valore consultivo sulle preferenze di trattamento dei pazienti (per evitare forme di accanimento terapeutico), anche redatte in anticipo o comunicate a terzi, esiste già, così come il divieto di praticare l’eutanasia, già sancito dalla legge con il generale divieto di uccisione di consenzienti. Il tema è stato però ripreso dai sostenitori dell’eutanasia, che desiderano usare il testamento biologico come espressione della più completa possibilità di “autodeterminazione” del paziente rispetto alla propria morte in caso di incoscienza o di incapacità decisionale. L’intenzione è esplicitamente pro-eutanasia. Infatti nei moduli predisposti dal comitato promosso dall’oncologo Umberto Veronesi si ritrova la possibilità per il paziente di decidere autonomamente i tempi e i modi della propria morte, avvalendosi di un presunto diritto di morire che sarebbe addirittura speculare al diritto di vivere. Con il testamento biologico così inteso si vuole consentire l’esercizio di questo inesistente diritto.

 

Suicidio assistito = Richiesta di ottenere gli strumenti di morte. Questo tipo di suicidio consiste nella richiesta che una persona gravemente malata (ma non in stato di malattia terminale e quindi non prossima alla morte) fa in piena coscienza e in stato di lucidità mentale al medico o a un parente o a un amico di procurarle un farmaco che, una volta assunto, le dia la morte. La differenza rispetto all’eutanasia sta nel fatto che è la persona stessa che si procura la morte ingerendo un farmaco mortale che un’altra persona le ha procurato: si tratta cioè di un suicidio, sia pure “assistito”, a cui ha contribuito un’altra persona, non di omicidio, come l’atto eutanasico positivo od omissivo compiuto da un’altra persona, sia pure su richiesta della persona malata.

 

Dott. Lorenzo Paliotta

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